La storia - Pizzeria Donnaregina

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La storia

La leggenda di Donna Regina, Donna Albina e Donna Romita,

Erano le tre figlie del barone Toraldo, nobile del Sedile di Nilo. La madre, donna Gaetana Scauro, di nobilissimo parentado, era morta molto giovane: il barone si crucciava che il suo nome dovesse estinguersi con lui, pure non riprese moglie. Ottenne come special favore, dal re Roberto d'Angiò, che la sua figliuola maggiore Donna Regina, potesse, passando a nozze, conservare il suo nome di famiglia e trasmetterlo ai suoi figliuoli. E nel 1320 si morì, racconsolato nella fede del Cristo Signore. Donna Regina aveva allora diciannove anni, Donna Albina diciassette e Donna Romita quindici.
Donna Regina la maggiore, dal superbo nome, era anche una superba bellezza: bruni e lunghi i capelli nella reticella di fil d'argento, stretta e chiusa la fronte, gravemente pensosi i grandi occhi neri, severo il profilo, smorto il volto, roseo-vivo il labbro, ma parco di sorrisi, parchissimo di detti; tutta la persona scultoria, altera, quasi rigida nell'incesso, composta nel riposo. E lo spirito di Regina, per quanto ne potea indurre l'indiscreto indagatore, rassomigliava al corpo. Era in quella nima una austerità precoce, un sentimento assoluto del dovere, una alta idea del suo compito, una venerazione cieca del suo nome, delle tradizioni, dei diritti, dei privilegi. Era lei il capo della famiglia, l'erede, il conservatore del nobil sangue, dell'onore, della gloria; era nel suo fragile cuore di donna che dovevano trovare aiuto e sostegno queste cose - ed ella, nel silenzio, nella solitudine, si adoperava ad invigorire il suo cuore, a farvi nascere la costanza e la fermezza, a cancellarvi ogni traccia di debolezza muliebre. A volte nel suo spirito, sempre freddo, sempre teso, passava un soffio caldo e molle - e le sorgevano in cuore vaghi desiderii di profumi, di colori abbaglianti, di sorrisi; ma ella cercava vincersi, si inginocchiava a pregare, leggeva nel vecchio libro dove erano scritte le storie di famiglia e ridiventava l'inflessibile giovinetta, Donna Regina, baronessa di Toraldo.
Donna Albina, la seconda sorella, veniva chiamata così dalla bianchezza eccezionale del volto. Era una fanciulla amabile, sorridente nel biondo-cinereo della chioma, nel fulgore dello sguardo intensamente azzurro, nei morbidi lineamenti, nella svelta e gentile persona.
Donna Romita era una singolare giovinetta, mezzo donna, mezzo bambina. Così il suo aspetto: i capelli biondo cupo, corti ed arricciati, il viso bruno di quel bruno caldo e vivo che pare ancora il riflesso del sole, gli occhi di un bel verde smeraldo, glauco e cangiante come quello del mare, le labbra sottili e rosse, la personcina esile e povera di forma, bruschi i moti, irrequieta sempre.
Le tre sorelle menavano placida vita. Erano regolate le ore dell'abbigliamento, della preghiera, del lavoro, dell'asciolvere e della cena; erano stabilite equamente le occupazioni di ogni settimana, di ogni mese. Dapertutto Donna Regina andava innanzi e le sorelle la seguivano; ella aveva il seggiolone con la corona baronale, ella aveva le chiavi dei forzieri dove erano rinchiuse le insegne del suo grado ed i gioielli di famiglia; a mensa, ella presiedeva, le due sorelle, una a dritta, l'altra a sinistra su seggi più umili; all'oratorio ella intuonava le laudi. La mattina e la sera le due sorelle minori salutavano la maggiore, inchinandosi e baciandole la mano: ella le baciava in fronte.
In fondo l'amavano, ma senza espansioni. Ed essa era troppo rigida per mostrar loro il suo affetto, se le amava. Un giorno re Roberto si degnò scrivere di suo pugno a Donna Regina Toraldo che le aveva destinato in sposo Don Filippo Capece, cavaliere della corte napoletana.
Imbruniva. Nel vano di un balcone sedeva Donna Regina, col libro delle Ore fra le mani. Ma non leggeva. -Mi è lecito rimanere accanto a voi, sorella mia?- chiese timidamente Donna Albina. -Rimanete, sorella- disse brevemente Regina. Mi ricercavate di qualche cosa, Donna Albina?- chiese infine Regina, scuotendosi. -Voleva dirvi che la nostra sorella Donna Romita mi pare ammalata. -E perchè? -Ahimè! sorella, dubito che i farmaci possano guarire Donna Romita; passa ore ed ore nell'oratorio, inginocchiata, col capo su le mani. Donna Romita si strugge segretamente. -E sapete voi la causa di tanto struggimento, Donna Albina?- chiese con voce aspra Donna Regina. -Io credo saperla- ripose, facendosi coraggio, la sorella minore. -Ditela dunque. -Me la chiedete voi? Donna Romita si strugge d'amore, o mia sorella. -D'amore, diceste? gridò Regina, balzando sul seggiolone. -D'amore. -E che?! debbo udire io da voi queste parole? Chi vi parlò prima d'amore? Chi vi ha insegnato la trista scienza?-Il nome dell'uomo?- insistette l'altra. -E' un giovane cavaliere, un cavaliere di nobil sangue, bello dovizioso. -Il suo nome? -Donna Romita è stata affascinata dalla eloquente parola, dallo sguardo di fuoco. -Il suo nome, vi dico. Debbo io pregarvi? -Oh! no, sorella. Ma voi le perdonerete, voi le perdonerete, non è vero ? - e cercava prenderle le mani. -Che cosa debbo perdonarle? Ditemi il nome del cavaliere. -Pietà per lei! Ella ama Don Filippo Capece. -No!! -Lo ama, lo ama sorella. Chi non lo amerebbe? Non è egli valoroso, galante, seducente nell'aspetto? Pietà per nostra sorella!
Essa lo ama - e cadde ginocchioni, balbettando ancora vaghe parole di preghiera. -Ma per chi mi chiedi pietà? - gridò donna Regina, rialzando bruscamente la sorella, in un impeto di collera - per chi me la chiedi? -Per Donna Romita...- rispose l'altra smarrita. - Chiedila anche per te. Tu, come lei, ami Filippo Capece. -Io non lo dissi! - esclamò Albina, folle di terrore. -Tu l'hai detto. L'ami. Ed io non posso, non posso perdonare. Io amo Filippo Capece - disse con voce disperata, Regina. Le ombre della notte involgevano la casa Toraldo; una notte senza speranza di alba.
Donna Romita fugge, fugge invasa dal terrore e dalla vergogna, lasciando nell'oratorio un amore ed una sciagura simile alla sua. In quell'ora medesima, nella vasta stanza da letto, sola, seduta presso il tavolino di quercia , veglia Donna Regina. Sta immobile, non prega, non piange, non trasalisce.
E' la Pasqua di risurrezione. La pace dal cielo scende sulla terra, nei fiori e nella luce primaverile. Il mondo rivive, rinasce la sua gioventù, un istante sopita. Nell'aria si respira amore.
Le due minori sorelle hanno chiesto a Donna Regina un colloquio particolare ed ella lo ha accordato; era tempo che le tre sorelle non si vedevano, Donna Regina è nella grande sala baronale, dove in antico si teneva corte di giustizia; e splendidamente vestita, ha indosso i gioielli magnifici di casa Toraldo; ha daccanto, sovra un cuscino, la corona ingemmata di zaffiri, di rubini e di smeraldi, lo scettro baronale; sul volto un'austerità calma.
Entrano Donna Albina e Donna Romita. Sono vestite di bruno, senza ornamenti. Esse s'inchinano a Donna Regina ed ella rende loro il saluto. - Parlate anche per me, Donna Albina- mormora a bassa voce Donna Romita. -Veniamo a dirvi, sorella nostra - prendè a dire Donna Albina - che dobbiamo dividerci. Regina non trasalisce, non batte palpebra, aspetta. - E' mia intenzione, intenzione di Donna Romita, la fondazione di un monastero, dove prenderemo il velo, - rispose Regina con tono severo. -Sia pure. Attendiamole vostre risoluzioni, sorella. Ella non rispose. Pensava, raccolta in se stessa. -Siateci generosa del vostro consenso Donna Regina. Troppo vi offendemmo, è vero.... - A voi l'onore di conservare il nostro nome, a voi le liete nozze, l'amore dello sposo, il bacio dei figliuoli....
Voi v'ingannate, o sorella- rispose Donna Regina, lentamente. - E' da tempo che ho deciso prendere il velo, in un convento da me fondato. Un silenzio tristissimo segue le infauste parole. -Io non posso sposare Filippo Capece- riprese ella, mentre una vampa di sdegno le correva al viso. -Egli mi odia. -Ahimè! io gli sono indifferente - mormorò Donnalbina. -Io anelo al chiostro. Egli mi ama - pronunziò con voce rotta Donna Romita.
E le due sorelle baciarono Donna Regina sulla guancia e ne furono baciate. -Addio, sorella mia. -Addio, sorella mia. -Addio, sorelle.
Donna Regina si alzò , prese lo scettro d'ebano, borchiato d'oro, e lo spezzò in due pezzi. E rivolgendosi al ritratto dell'ultimo barone Toraldo gli disse, inchinandolo: -Salute, padre mio. La vostra nobile casa è morta!

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